L’Occhio del dio

L'Occhio del dio

L’Occhio del dio rappresenta il terzo e ultimo step di un contest letterario on line del 2017. Tra i vari racconti partecipanti risultò vincitore e venne pubblicato sul magazine “Il Grimorio del Fantastico”.

All’Unicorno Evanescente, come ogni sera, c’era una gran baldoria. L’oste e le due ragazze al suo servizio si affannavano per soddisfare le ordinazioni dei tanti clienti. Stufato di yudh e zuppa di ceppole erano le pietanze più richieste, ma solo perché l’arrosto di montone bicefalo era stato richiesto per intero da un solo avventore. Boccali di succo d’umetz riscaldato continuavano ad affluire nella sala, portati dalle operose ragazze, anche cinque per mano, ogni volta che uscivano dalle cucine.

Quando Marinne posò, sul tavolo in fondo alla sala, i boccali per l’ennesimo giro, i quattro avventori l’accolsero festanti, pronti a buttar giù l’umetz in poche sorsate.

Elber, già più che alticcio, volle saggiare anche altro, allungando la mano per palpare la ragazza mentre questa recuperava i boccali vuoti. Marinne, rimessili sul tavolo, con un grosso sorriso sulle labbra, gli assestò un poderoso pugno sul naso, tornandosene poi in cucina come se nulla fosse accaduto.

«Con una come lei andresti sempre in bianco», esordì uno dei compagni di bevuta. «Anzi, torneresti a casa bello pesto e sanguinante. Proprio come ora», continuò, scatenando l’ilarità degli altri.

«Sta zitto, Ringa», borbottò Elber asciugandosi il rivolo di sangue che gli colava dal naso. «Prima o poi, anche lei cederà».

«Fossi in te comincerei a ridimensionare le mie mire».

Gli altri due concordarono sghignazzando.

«Troppo facile parlare così per uno che non sa neppure cosa significhi osare», replicò Elber scuro in volto. «Tu che mai hai provato a rubare qualcosa che non fosse una scarsella al mercato».

«Poco rischio, tanto guadagno», si limitò a rispondere Ringa.

«Balle! Lasci intendere d’essere un abile ladro ma sei solo un codardo».

Ringa, in un impeto d’ira, subì la provocazione: «Bene! Mettimi alla prova».

Elber guardò gli altri. Quindi, ghignando, dichiarò: «D’accordo! Scegli tu cosa rubare. Non dovrà però essere nulla di semplice come le monete del mercante di pelli o il candelabro d’avorio della dama Fiona».

Il giovane Ringa rifletté un attimo, poi i fumi dell’alcool gli suggerirono la più ardita delle risposte: «Ruberò l’Occhio del dio», affermò solennemente, lasciando i compagni attoniti.

Ringa si era pentito subito dell’avventatezza di quella sua dichiarazione. Tuttavia non aveva alcuna intenzione di rimangiarsi la parola data e, nei giorni seguenti, aveva cominciato a studiare il monastero dove l’Occhio era custodito. Elber e gli altri, pur riluttanti, vista l’ardua impresa che il giovane si era ripromesso d’intraprendere, gli avevano fornito le informazioni in loro possesso.

Aveva saputo quindi che degli armigeri piantonavano i quattro ingressi della struttura, mentre altri pattugliavano costantemente il perimetro della costruzione a pianta quadrata. Inoltre, a turno, c’erano sempre quattro monaci che meditavano in presenza del cristallo sacro chiamato Occhio del dio.

Dall’alto del Colle Ombroso aveva spiato l’interno della struttura grazie alle lenti speciali che avvicinano le cose. I monaci erano sempre in fermento, anche di notte, come la luce della Luna piena gli aveva mostrato. In un solo momento della giornata la quiete regnava nel monastero: l’ora della catarsi collettiva, presso la vasca posta al centro del giardino interno. Non poteva far altro che sfruttare quello stretto spiraglio per agire. La via d’accesso gli era stata suggerita proprio dalla vasca, o meglio dall’acqua che da essa continuava a fluire.

Per un giorno intero s’era dato da fare nel canale di scolo per liberarsi delle due robuste grate metalliche. Appena il passaggio fu libero, non gli restò che attendere il momento propizio ed entrare.

Al calar del Sole, Ringa si era infilato nel canale risalendolo fino alla grata di scolo vicino al portico interno. Con destrezza ne aveva scardinato il lucchetto e si era intrufolato. Con passo felpato aveva percorso il porticato e raggiunto la sala sacra. Dall’apertura sopra la porta, aveva scorto i monaci guardiani: erano seduti a terra, ognuno in un angolo di un quadrato immaginario, e meditavano rivolti all’Occhio posto su un piedistallo ligneo.

Il giovane prese due boccette dalla saccoccia a tracolla e miscelò il contenuto di entrambe in una terza boccetta più grande; l’agitò per qualche istante e poi la scagliò tra i quattro. Il vetro sottile s’infranse al contatto con il suolo, sprigionando una nube verdastra che riempì l’aria prima che i monaci riuscissero a mettersi in piedi.

Ringa attese qualche minuto che il fumo si diradasse, quindi aprì la porta ed entrò nella sala: i monaci erano caduti in un sonno profondo. Il giovane poté quindi raggiungere il piedistallo senza intralcio e allungò la mano agguantando il cristallo.

Quel prisma emanava strani bagliori multicolore, ma Ringa non capiva se fosse a causa delle torce appese alle pareti o meno: restò a rimirarlo per un tempo indefinito, rigirandoselo tra le mani. Ogni faccia del prisma gli dava una sensazione diversa; gli mostrava una luce diversa.

«Ragazzo! Rimetti a posto il Cristallo».

Ringa fu scosso dalla voce stentorea risuonata nella sala. Si voltò e vide sulla porta alcuni armigeri e tutti i monaci, capeggiati da un uomo, pelato e in là con gli anni, con la veste d’un rosso intenso. Contrariamente al tono usato, dal suo viso traspariva preoccupazione più che minaccia.

«Lo restituirò, non temete. Prima però lo devo mostrare a delle persone. Scusatemi», fece lui arretrando.

«Tu non capisci. L’Occhio del dio è pericoloso e non deve lasciare questa stanza. Posalo, ti prego», lo esortò ancora il monaco.

Ringa, però, non udì neppure le sue parole. La strana visione di una foresta rigogliosa gli si era palesata tutt’intorno. Bestie, alberi e cespugli a lui ignoti popolavano quel posto.

Impaurito, il giovane arretrò ancora, e ancora cambiò ciò che i suoi occhi vedevano. Un ampio finestrone senza battenti si apriva sul serale cielo stellato, la stanza illuminata senza necessità di fiaccole e tante piccole lucine colorate che adornavano una delle pareti.

Frastornato da quelle visioni, Ringa non si era accorto d’esser stato circondato dagli armigeri fino a che uno di essi non gli si era lanciato addosso per bloccarlo. All’ultimo istante, il ladro si piegò sulle gambe mandando a vuoto l’assalto dell’armato. Tuttavia, per l’impeto della spinta, quest’ultimo aveva urtato in qualche modo il ragazzo, facendogli perdere la presa sul cristallo. Il prisma vorticò nell’aria per qualche istante prima di impattare contro il pavimento e infrangersi in tanti piccoli pezzi.

Lo sgomento s’impadronì dei presenti, ancor più quando scaturì una luce multicolore dai vari frammenti, che raggiunse e bucò il soffitto della sala.

«Lasciatelo!», intimò il monaco agli armigeri che trattenevano Ringa. «Egli ha causato il disastro ed egli dovrà porvi rimedio. Prima, però, deve comprendere cos’ha fatto».

Con modi affabili, il vecchio indicò al ladro di seguirlo all’esterno.

«Sai perché veniva chiamato l’Occhio del dio?»

«No», rispose semplicemente Ringa.

«L’immaginavo. È stato chiamato così perché permette agli uomini di guardare oltre il presente, proprio come può fare solo una divinità», gli confessò. «Il suo antico nome, però, era Cristallo del Tempo».

Nel dir ciò, il monaco spinse i battenti dell’ingresso principale, aprendo le porte del monastero sul mondo esterno. Ringa sgranò gli occhi, e non fu il solo, alla vista di un mondo che non riconosceva. Giganteschi animali squamosi come le lucertole allungavano i loro colli per brucare dalle fronde degli imponenti alberi. In un altro punto del panorama un’immensa costruzione di cristallo si stagliava contro il cielo notturno, mentre strani oggetti volanti passavano oltre la vetta. Al livello del suolo, dove ancora si scorgevano le casupole di legno e tegole, alcuni abitanti si confrontavano con uomini abbigliati in modo appariscente, mentre altri tenevano a bada dei minacciosi esseri ingobbiti, ricoperti di peli e con indosso nient’altro che pelli d’animali.

«Vigilare sul Cristallo era il nostro compito da innumerevoli generazioni ma, a causa tua, il tempo ora è libero di scorrere a proprio piacimento», fece notare il monaco al ladro.

«Come potrei mai rimediare a tutto questo?», gli domandò in risposta, memore di quanto aveva udito pochi istanti prima.

«Dovrai imbrigliare nuovamente il Tempo, proprio com’è stato fatto dagli antenati ai primordi dell’esistenza».

«Come è possibile far quel che dici?», domandò Ringa, incredulo.

«Le antiche scritture ti daranno degli indizi, ma la via dovrai trovarla da solo, ovunque essa sia. La solitudine è il tuo destino ormai ma, qualora qualcuno volesse seguirti, potrai avere compagni di viaggio. Sappi, però, che nessuno di essi potrà fornirti aiuto concreto o i tuoi sforzi saranno vani», sentenziò il vecchio monaco.

Ringa assunse gradualmente la consapevolezza di chi non ha possibilità di scelta. Il mondo che vedeva, e che lui stesso aveva generato, non era il luogo in cui lui o la sua gente avrebbero potuto continuare a vivere come prima di quella sera.