Oltre il Caos

Oltre il Caos

All’inizio del 2018, con il racconto Oltre il Caos diedi forma a uno spin-off della mia saga fantasy, nella fattispece legato alle vicende narrate in Portali

Si sentiva felice, più del solito, ogni volta che si arrampicava sulla vetta del monte Vedetta. Ish Taharan non disdegnava affatto stare in mezzo alla propria gente. La concordia tra i figli di Tiāmat era, da sempre, assoluta. Le piccole divergenze si appianavano in fretta attraverso il dialogo, e Ish Taharan svolgeva molto spesso il ruolo di mediatore.

Questo suo continuo essere chiamato a parlamentare a beneficio degli altri gli costava energie e tranquillità. Ogni qualvolta sentiva il bisogno di rigenerarsi, il monte Vedetta era la meta perfetta. Anche solo una notte passata sulla cima, ad ammirare più da vicino le meraviglie del Creato, riusciva a rinvigorire la sua tempra. Dalla vetta, Ish ammirava anche il suo villaggio nella rigogliosa valle ai piedi del monte; i campi coltivati, i boschi ricchi d’ogni tipo di frutto buono da mangiare e la grande foresta millenaria, che iniziava ai piedi del versante orientale e si allungava a perdita d’occhio; la cittadina di Uktim a sud e l’immenso mare che si estendeva a ovest, fino all’orizzonte.

Amava la sua gente, amava il suo mondo. Un altro amore, tuttavia, si era fatto largo nel suo cuore fin dalla prima volta che aveva alzato gli occhi al firmamento. Tutte quelle lucine colorate adagiate sul nero fondo del cielo notturno lo avevano da sempre affascinato. Quando, una volta adulto, i Custodi del suo popolo gli avevano insegnato cosa quelle lucine fossero in realtà, Ish Taharan aveva preso a fantasticare circa la possibilità di raggiungere quei soli lontani, visitare i mondi che vi ruotavano attorno e lasciarvi una traccia del suo passaggio prima di dirigersi al mondo seguente.

Fantasticare era tutto quello che gli era concesso. I Custodi non erano stati assolutamente avari di dettagli quando gli avevano descritto alcuni dei mondi sparsi per il Creato. Tuttavia lui desiderava vedere con i propri occhi quelle meraviglie e, stando a quanto affermato dalle Celesti Creature, ci sarebbero volute ancora numerosi cicli prima che i figli di Tiāmat fossero stati capaci e degni di visitare gli altri mondi del Creato. Ish Taharan aveva riposto completamente la propria fede nell’assicurazione che gli era stata fatta in tal senso: un giorno, presto o tardi, lui avrebbe sicuramente potuto farlo in piena libertà.

Liberando la mente da ogni pensiero, si distese sulla roccia piana; prese la vicina pietra squadrata, che tempo addietro aveva appositamente smussato, e la usò a mo’ di cuscino; cominciò a far disegni in cielo, unendo tra loro i vari puntini luminosi. Fiori, oggetti, persone prendevano forma mentre ricordava gli insegnamenti ricevuti. Ripeteva mentalmente i nomi dei vari soli colorati che toccava con linee immaginarie. Aneddoti legati ai vari disegni ottenuti suscitavano, come sempre, un insieme di piacevoli emozioni. Quando la sua fantasia ricreò un essere alato sul fondo nero, ripensò alla volta in cui Karmah-El, il suo più caro mentore, era leggiadramente atterrato lì sulla vetta.

Lui era sempre stato affascinato dalle grandi e candide ali dell’angelo, nonché dall’alone luminoso che sempre contornava la sua figura. Quella volta rimase ancor più sorpreso dalle sue fattezze e dai suoi modi gentili, poiché, richiamate le ali dietro la schiena, gli si era sdraiato accanto come un comunissimo figlio di Tiāmat, cominciando poi a parlargli di Yssulika, una stella dall’intenso colore azzurro. Ish Taharan ricordava ancora il trasporto con cui l’Angelo gli aveva parlato dei tre floridi mondi che orbitavano intorno al luminosissimo astro.

Proprio mentre nella sua mente prendevano forma gli altissimi fusti delle felci hanasiane, una scia luminosa attraversò il suo campo visivo.

Oh! Pensò, piacevolmente sorpreso da quell’improvvisa apparizione.

Subito dopo, però, un’altra solcò il cielo. E, subito dopo, un’altra ancora.

«Ma non è ancora tempo per le meteore», sentenziò, mentre il cielo si riempiva di scie luminose provenienti dallo stesso punto a oriente.

La pioggia di polvere cosmica s’intensificò ulteriormente e, di tanto in tanto, qualche scia più ampia e luminosa riempiva una porzione considerevole della volta celeste. Quando una di queste non si esaurì nell’atmosfera di Tiāmat, andando poi a sprofondare nel vasto mare a occidente, una ignota sensazione si fece largo nella mente di Ish. L’ansia non era nota alla sua gente, ancor meno, quindi, lo era la paura.

Da piccoli frammenti, ben presto, cominciarono a piovere rocce sempre più grandi sul suolo di Tiāmat. Foresta, campi, case, tutto era incendiato e pennacchi di acqua e vapore si scorgevano lì dove le meteoriti si erano inabissate nel mare.

La paura gli impediva di muoversi ma, al contempo, gli imponeva di continuare a guardare quello scempio, confidando che finisse presto. Eppure il suo istinto gli suggeriva che il peggio non fosse ancora giunto. Rivolse nuovamente al cielo il proprio sguardo e seguì le scie fino al loro ideale punto d’origine. Il terrore avvolse Ish Taharan alla vista di quella parte di cielo. Fu letteralmente atterrito alla vista di un’immensa nube cosmica che, letteralmente, cavalcava in direzione di Tiāmat. Nel corso del suo approssimarsi, la nube aveva prima inglobato dentro di sé e poi risputato fuori i frammenti delle lune più esterne.

Tutto vacillava in lui: la fede, i sogni, la realtà. Sentiva che ogni cosa stava per cessare, e ciò andava decisamente contro quello che era stato detto loro dagli Angeli. I figli di Tiāmat avrebbero dovuto prosperare ed evolversi, fino a raggiungere lo stato successivo. Invece la fine di tutto era palesemente prossima.

Una vocina dentro di lui, infine, lo scosse. Constatato l’imminente pericolo, realizzò che la sua gente poteva aver bisogno del suo aiuto; dell’aiuto di chiunque potesse prestarne. Sentiva che avrebbe potuto fare ben poco, in virtù di quanto stava per accadere, ma non poteva non provare a salvare almeno uno dei suoi fratelli e sorelle. Ish Taharan si girò di scatto e s’apprestò a ridiscendere il monte Vedetta. Proprio in quel mentre, però, numerose colonne di luce s’innalzarono dal villaggio, da Uktim e da altri punti del pianeta per schizzare in alto verso il cielo.

«Grazie al Creatore», mormorò sollevato.

Durante l’ascesa, le colonne di luce si piegarono, prendendo poi a puntare verso il giorno. Ish le vide correre compatte fin sopra l’orizzonte: qui si separarono prendendo due distinte direzioni.

Il mio popolo sopravvivrà, pensò fiducioso.

D’altronde, come poteva non confidare nell’operato degli Angeli e del Creatore. In loro aveva riposto la sua fede durante la sua lunghissima vita, e parimenti avrebbe fatto ora che questa stava per finire. La paura e il rammarico, per i sogni che non si sarebbero mai realizzati, si affievolirono fino a sparire. Ish, a cuor leggero, riprese a guardare il cielo. Quando le fiamme cessarono di solcare la volta celeste, apprezzò appieno quei brevi attimi di quiete che precedettero l’arrivo della nube.

Avrebbe giurato di aver visto, in quel momento, delle braccia allungarsi dalla nube per ghermire Tiāmat. Finalmente aveva compreso chi stava decidendo il destino suo e del suo mondo. Stava per pronunciare sprezzante il nome che gli aveva insegnato Karmah-El, ma non ne ebbe il tempo. Un vento furioso prese a spazzare la superficie e Ish venne investito in pieno dalla corrente rabbiosa. I suoi piedi si staccarono dalla roccia e il suo corpo venne trasportato in aria per miglia. I suoi occhi videro Tiāmat inaridire prima di chiudersi per sempre. Asfissiato e stritolato dalla crescente pressione, Ish Taharan non poté scorgere la crescente distruzione che avvolse il suo mondo natio: pochi istanti dopo il suo trapasso, di Tiāmat non restavano che frammenti, più o meno grandi, sparsi lungo l’orbita del pianeta stesso.