Sette pois

Sette pois

Sette pois, nel 2013, rappresenta la mia ultima partecipazione al Premio Andersen – Baia delle favole. Questa storiella, inoltre, può considerarsi anche un piccolo spin-off di Equilibri

 Da quando aveva iniziato a lavorare nell’ospedale pediatrico, Daniela, pian piano, aveva ricominciato persino a sorridere: al confronto con ciò che aveva innanzi, le pene degli ultimi mesi divenivano ogni giorno meno importanti. Il modo in cui quelle piccole vite affrontavano, giorno per giorno, le proprie infermità le dava forza. Sebbene alcuni fossero seriamente malati, infatti, in ognuno di quei bambini scorgeva una gran voglia di vivere, di lottare, e la speranza di poter tornare, quanto prima, alle proprie case.

Così, motivata da quegli occhietti speranzosi, tra lettini e culle, reparto e ambulatorio, prese a svolgere i suoi doveri d’infermiera senza risparmiarsi, andando, a volte, ben oltre il proprio orario di lavoro. Tuttavia, i ritmi che s’era imposta non le pesavano, anzi: le permettevano di non ripensare a ciò che ancora le faceva male dentro.

 Passarono così i giorni, le settimane e i mesi: per far spazio alle emozioni che provenivano dai piccoli degenti, a cui prestava giornalmente soccorso, stava accantonando i ricordi dolorosi del suo recente passato. Una mattina d’inizio primavera, però, accadde qualcosa che avrebbe, di lì a poco, scombussolato nuovamente la ritrovata tranquillità: da un altro ospedale, venne trasferito nel suo reparto un bambino di otto anni: Yuri.

 Il piccolo era rimasto coinvolto, tre mesi prima, in un incidente d’auto, che gli aveva causato seri danni alla colonna vertebrale e che gli aveva portato via entrambi i genitori. Sopravvissuto per miracolo, ma ormai solo al mondo, Yuri s’era fin da subito rinchiuso in se stesso: evitava di parlare con chicchessia e, sempre più spesso, rifiutava il cibo e le cure. La gran voglia di vivere che si ha sempre alla sua età sembrava essersi dissolta pochi attimi dopo essersi scontrato col proprio destino.

 Daniela provò fin da subito a rapportarsi col bambino, ricevendone in tutta risposta solo silenzi, mugugni e sguardi accigliati. Ogni volta, quelle reazioni facevano riaffiorare i ricordi e le sensazioni dolorose che credeva di aver dimenticato: ogni volta le facevano venir voglia di scappar via, di tornarsene a casa con una scusa qualsiasi. Tuttavia non lo faceva, ripromettendosi semplicemente che, la prossima volta, non avrebbe dato spazio alle proprie emozioni: Yuri era un paziente, e quello era il suo lavoro, dopotutto.

 I buoni propositi, però, venivano puntualmente disattesi ogni qualvolta l’infermiera entrava nella stanza del piccolo: tristezza, sconforto e rabbia, non verso il bambino ma verso se stessa, l’assalivano dopo ogni vano tentativo di dialogo. Eppure non riusciva proprio ad astenersi dal tentare, ogni volta, nonostante le lacrime e il dolore che ciò le provocava.

 Per alcune settimane, tutto andò avanti allo stesso modo fino a che, in assolato un pomeriggio di maggio, dopo che Yuri s’era rifiutato per l’ennesima volta di mangiare, invece di lasciare la stanza, affranta come al solito, Daniela decise di perseverare: s’avvicinò alla finestra, scostò la tenda e spalancò le ante, lasciando così entrare una ventata d’aria fresca, oltre alla calda luce del Sole che il bambino più volte aveva dimostrato di non sopportare.

Disinteressandosi, apparentemente, dei mugugni del bambino, l’infermiera chiuse gli occhi e inspirò a pieni polmoni, lasciandosi carezzare da quel dolce tepore, pensando a qualcosa che potesse esserle d’aiuto col quel piccolo sfortunato. S’accorse appena, riaprendo gli occhi, della piccola macchia colorata che l’era sfrecciata a un palmo dal viso, lanciandosi nella stanza alle sue spalle. Si voltò di scatto, sperando di poterne seguire la scia: fu sorpresa nello scorgerla a ronzare sopra la testa di Yuri.

 Daniela si mosse per scacciare il fastidioso insetto, ma questi la precedette cominciando a svolazzare intorno a lei. Alzò le mani con l’intento di schiacciare quell’esserino irritante, ma qualcosa la trattenne dal farlo.

 La macchiolina arancione, che s’era rivelata essere una coccinella, tornò quindi da Yuri e riprese a tediarlo col suo ronzante batter d’ali, o posandosi sul suo viso per poi librarsi nuovamente e ricominciare a dargli noia. Il bambino, dal canto suo, scuoteva il capo e agitava le mani per allontanare l’insetto ma, per nulla intimorito, questi proseguiva imperterrito il suo volo.

 Esasperato dalla minuscola creatura, si volse verso l’infermiera chiedendole aiuto.

 Sorpresa per aver udito il ragazzino parlarle per la prima volta, fu quasi sul punto di assecondarlo, ma si trattenne. Realizzò che quella poteva essere una buona opportunità.

 «Dovrai mandarla via da solo, io non le farò del male», disse decisa lei, indispettendo il piccolo. Poi, visti i vani tentativi di Yuri, fingendosi divertita aggiunse: «Sei troppo debole. Tra poco sarà lei a mettere KO te».

L’irritazione del bambino era lampante e Daniela ne approfittò per fare un tentativo: «Se ti rimettessi in forze, però…» Detto ciò, s’avvicinò al comodino, prese il vassoio col cibo che lei stessa aveva portato poco prima, si sedette sul letto accanto al piccolo e gli porse un boccone.

 Inizialmente indeciso sul da farsi, Yuri fu praticamente costretto dal continuo ronzio ad accettare l’offerta. Dal canto suo, il piccolo insetto s’era dilettato ad alternare il volo alla sosta, ora sul viso del bambino, ora sulla spalla dell’infermiera. Boccone dopo boccone, il piccolo consumò quasi completamente il suo pasto, ripetendo continuamente, mentre Daniela l’imboccava, che appena fosse stato meglio avrebbe cacciato via quella coccinella e ogni altro insetto fastidioso.

 L’infermiera quel giorno capì cosa significasse essere sorpresi: le era sembrato quasi inverosimile aver sentito brontolare, così a lungo, quel taciturno paziente. Poi Yuri s’era assopito, mentre lei era ancora lì seduta sul suo lettino, e la coccinella aveva smesso di agitarsi in volo, posandosi sulla guancia del bambino, riposandosi tranquillamente su quel roseo e morbido cuscino.

 Un’immagine che aveva fatto tanta tenerezza alla giovane che, badando bene di non far rumore, uscì dalla stanza molto più serena e allegra di quando vi era entrata.

 Nei giorni a seguire, il minuscolo animaletto non si mosse da quella stanza, ripetendo giornalmente il suo ronzare intorno al bambino, come a volerlo stuzzicare e, difatti, Yuri s’era smosso dal mutismo e dalla solitudine in cui s’era volontariamente confinato subito dopo l’incidente.

 Focalizzando su di se la rabbia del piccolo, la coccinella aveva riacceso in lui la voglia di vivere.

Col passare dei giorni, però, nel bambino qualcosa cambiò: il ronzio dell’insetto divenne un suono piacevole. Il battito delle sue alucce gli faceva da sveglia alla mattina, e suonava come una dolce ninna nanna negli attimi che precedevano il sonno. La coccinella divenne così per Yuri l’intima amica a cui parlare del dolore per la perdita dei suoi genitori, a cui confidare le paure dettate dalla solitudine e, col trascorrere del tempo, a cui rivelare i sogni di un bambino immobilizzato in un letto.

 In tutto l’ospedale si sparse in fretta la notizia di quanto accaduto e di quella strana amicizia. Dottori, infermieri e degenti, in molti erano curiosi di vedere coi propri occhi quel piccolo animaletto svolazzare nella stanza del bambino, descritto da tutti come il più triste mai giunto nella struttura, che aveva ricominciato a sorridere. Tuttavia, davvero pochi di essi riuscirono a vedere la coccinella, altri scorsero semplicemente una macchia colorata nascondersi dietro la plafoniera al centro del soffitto. Solo in presenza di Daniela, infatti, la piccola creatura continuava a comportarsi allo stesso modo di quando era sola col bambino.

L’insetto non si mostrava affatto impaurita dalla ragazza, posandosi tranquillamente sulla sua bianca divisa, tra un’evoluzione e l’altra oppure in presenza di altre persone nella stanza. Ciò raddolcì ulteriormente l’umore del piccolo, che cominciò a provare una sincera simpatia per la giovane infermiera, tanto da richiederne la presenza tutte le volte che i medici venivano a visitarlo. In questo modo poteva continuare a vedere la sua piccola amica, in attesa che la visita finisse, tranquilla sulla spalla di Daniela.

 Poco gli importava del fatto che, ogni volta, il responso fosse sempre lo stesso: “nessun significativo miglioramento”. Ciò significava non potersi più alzare da quel letto, ma ormai se n’era quasi fatto una ragione. Quel che maggiormente contava adesso era aver vicine la sua piccola amica e la sua premurosa infermiera.

 Daniela, dal canto suo, pur rattristata dall’udire ripetutamente quella triste verità, continuava ad accudire amorevolmente il piccolo Yuri, a cui, senza essersene resa conto, s’era affezionata più di quanto fosse consigliabile a chi svolge un così delicato lavoro, celando attentamente la profonda tristezza che gli dava non poterlo veder correre assieme agli altri bambini convalescenti. Dentro di se confidava in un nuovo miracolo… «Già! Un altro…»

 La coccinella era stata il primo: il suo provvidenziale arrivo aveva sconquassato la malinconia del bambino e gli aveva ridato la voglia di vivere. Quel piccolo insetto, con le sue ronzanti alucce, aveva fatto più di quanto lei e altri uomini fossero stati capaci di compiere per il bambino. Pensare che, quel pomeriggio di due mesi prima, aveva pensato di cacciarla via, e invece… Sia lei che Yuri ora non riuscivano a immaginare le giornate senza vederla volteggiare per la stanza. Riusciva a mettere allegria a entrambi con quel suo guscio, inizialmente, d’un compatto arancione.

 Già! Inizialmente… Pensandoci su, Daniela avrebbe giurato che quella non fosse la stessa che l’era guizzata ai lati del viso settimane prima, bensì un’altra coccinella, se non fosse stata lei stessa testimone del suo progressivo mutamento. Il suo dorso, infatti, col passare dei giorni, era andato sempre più scurendosi, apparendo ora di un rosso sgargiante, e su cui erano apparsi sei puntini neri, disposti ad arco lungo i bordi delle elitre. Anche la coccinella ha subito un netto cambiamento.

 Dopo questa riflessione, Daniela salutò entrambi con un ampio sorriso: il suo turno era finito da un pezzo, sarebbe tornata il mattino seguente per portare la colazione.

 Incurante della pioggia, che aveva picchiettato sul suo ombrello per tutto il tragitto fino all’ospedale, puntuale come suo solito l’infermiera s’apprestava a entrare nella stanza di Yuri, con latte e biscotti, pronta per una nuova, allegra giornata in compagnia dei suoi amici speciali. Ma, varcata la soglia, s’accorse che c’era ben poca allegria nell’aria. Il bambino, con aria preoccupata, le aveva subito fatto notare che la coccinella non aveva ancora spiccato il volo, e neppure aveva sbatacchiato le ali. La piccola creatura, solitamente assai vispa, ora si muoveva appena.

 I suoi passetti lenti, che muoveva tentennando sul viso di Yuri, la facevano apparire del tutto priva di forze e sembravano in perfetta sintonia con quell’insolita, bigia mattina di luglio. In pena per qualunque cosa stesse accadendo alla coccinella, Yuri e Daniela riuscivano solamente fissare il proprio sguardo in quello dell’altro, e nei loro occhi era evidente lo stato d’animo e l’incertezza sul da farsi da parte di entrambi. Timorosi d’essere sul punto di perderla per sempre, i due fecero piombare la stanza in un innaturale silenzio.

 Proprio quando la coccinella giunse sulla punta del naso del bambino, però, accadde qualcosa di sconvolgente: le grigie e fitte nubi si squarciarono nel cielo e un sottile fascio di luce filtrò tra esse e illuminò l’insetto e il volto del ragazzino. Il bagliore, improvviso e intenso, non durò che pochi istanti, poi lo squarcio nel cielo s’allargò progressivamente e le nuvole s’allontanarono, lasciando spazio all’azzurro del cielo che dietro esse attendeva.

 Il bagliore nella stanza s’affievolì e Daniela poté vedere cosa quella luce, oltre al chiarore, aveva riportato in quella stanza. La coccinella, scaldata e rinvigorita dalla luce, riprese a muoversi. Sbatacchiò le ali e le elitre, come per scrollarsi dal torpore che l’aveva trattenuta poco prima, e poi restò in attesa per un attimo prima di spiccare il volo. In quel breve attimo, Daniela scorse qualcosa di nuovo sul suo guscio: un puntino nero, più grosso degli altri sei, era apparso al centro delle elitre, come una gemma incastonata nella corona già esistente.

 Una volta in volo, l’insetto ronzante, più vispo che mai, restò sospeso dinanzi agli occhi di Yuri: sembrava gli stesse parlando, e lo sguardo triste del bambino confermava questa sensazione di Daniela. Poi, con rapidità, la coccinella guizzò da lei. Volò vorticando intorno alla sua testa e poi le si posò sul naso. Sbatacchiò le elitre con decisione, fece vibrare le piccole antenne e rimase a fissare gli occhi della donna. Quando fu soddisfatta, volò nuovamente da Yuri, gli si posò sulla fronte per un istante, quindi tornò in volo. Dopo alcune evoluzioni, lesta sfrecciò fuori dalla stessa finestra da cui era giunta due mesi prima.

 Daniela, aveva assistito attonita agli ultimi eventi. La coccinella, rinata, aveva con suo volo lasciato a entrambi il proprio saluto, e non solo: il posarsi sulla fronte di Yuri era sembrato come il bacio affettuoso di una madre premurosa; a Daniela, invece aveva lasciato un messaggio.

 Messaggio che aveva assunto un senso nel vedere il braccio del bambino proteso verso la finestra. Non solo il braccio, però, s’era mosso in tale direzione, bensì tutto il busto del bambino.

 Il secondo miracolo era stato compiuto. La coccinella, inoltre, le aveva fatto capire che il suo triste passato era servito a portarla dov’era adesso. Ora spettava a lei far sì che quello non fosse l’ultimo prodigio. Decisa, s’accostò al bambino e l’abbracciò, per rincuorarlo e per rassicurarlo sul futuro: avrebbe continuato a vegliare su di lui finché non fosse guarito del tutto e, sicuramente, anche in seguito…