Ricominciare da zero

Ricominciare da zero

Ricominciare da zero rappresenta la mia ultima esperienza con i contest on line. Questo racconto del 2018 è un ulteriore spin-off della saga Luce e Tenebre.

Tante volte aveva già guardato l’astro notturno attraversare il cielo puntellato di stelle. Quello era diventato il nuovo metro per misurare lo scorrere del tempo. Sul suo vecchio mondo le giornate erano più lunghe: l’astro diurno appariva di buon mattino sempre nel medesimo punto a Est, e scompariva ogni sera nel medesimo punto a Ovest. Non v’erano lune a illuminare la notte governata dalla sola luce delle lontane fiaccole, disposte sul nero manto del cosmo.

Praja Vatar era tra i pochi a esser scampato alla distruzione del proprio mondo. Portato in salvo dai Custodi del Creato, assieme ad altri ottantasette superstiti, aveva trovato riparo su una terra circondata dalle acque. Si era innamorato della sua nuova casa fin dal momento in cui aveva visto avvicinarsi il grande globo azzurro, punteggiato dal bianco delle nubi. Tiāmat, per quanto apparisse meno vivace nei colori, somigliava davvero molto alla terra che avrebbe fatto loro da casa da lì in avanti. In quel luogo, lui e gli altri, avrebbero ricominciato a vivere, serbando il ricordo di quanto era andato perduto.

Per imprimere il passato nella memoria anche delle future generazioni, gli ottantotto decisero di fondare una città a cui avrebbero dato nome di Lemuria, lo stesso della loro antica capitale. Tiāmat non esisteva più, così come i suoi figli sfortunati e gran parte degli Angeli che si erano battuti contro il Caos, ma loro avrebbero perpetrato il volere del Creatore, aspirando alla completa evoluzione della loro razza.

Mentre i quattro Angeli anziani viaggiavano, verso punti diversi ai limiti del Creato per disperdere i pezzi del Caos, Lemuria aveva prosperato e i superstiti di Tiāmat avevano cominciato a moltiplicarsi. Le nuove generazioni si erano date da fare e Mu – nome dato al piccolo continente – era stato sfruttato al meglio per far proliferare la civiltà lemuriana.

La situazione si era evoluta al meglio: i lemuriani continuavano a maturare, e la vita su Mu era a dir poco idilliaca. Tuttavia a Praja Vatar mancava qualcosa.

Ogni volta che si spingeva lontano da Lemuria, fino al promontorio nel punto più a occidente, si fermava a guardare l’immensa distesa d’acqua tutt’intorno. I suoi pensieri volavano oltre il limite dell’orizzonte, oltre il punto che i suoi occhi riuscivano a vedere.

Mi piacerebbe andarci, si ripeteva tutte le volte, ripensando a quanto gli Angeli avevano raccontato circa la terra al di là del vasto mare.

Poi era sorto, proprio su quel promontorio, il varco. Eretto dal Creatore stesso, esso sarebbe servito a superare i limiti fisici di Lemuria, portando proprio verso quelle terre inesplorate oltre l’immensa massa d’acqua. Un Angelo lo custodiva giorno e notte: solo coloro che fossero stati ritenuti pronti sarebbero potuti passare, per raggiungere il prossimo stadio della loro maturazione interiore.

Ironia o volontà divina, a Praja Vatar era stato affidato il compito di accompagnare al portale quelli che, chiamati, s’accingevano ad attraversarlo. Ogni volta, per lui, era stata una grande tortura e una gravosa prova da sostenere. Ne aveva visti tanti passare oltre il placido velo del portale e il suo turno non era mai giunto. I suoi due figli, Ehim Dahall e Hix Chel, erano stati per giunta tra i primi ad andare oltre l’invisibile passaggio verso l’ignoto.

«Ti raggiungerò più avanti», aveva detto a entrambi. Eppure dentro di sé sentiva che non li avrebbe riabbracciati così presto.

Secoli su secoli erano trascorsi e Praja Vatar era ancora lì a svolgere il proprio ministero. Col tempo, pur serbando ancora l’antica necessità di lasciare Mu, e continuando a guardare allo stesso modo oltre il mare, si era rassegnato all’idea di non essere ancora pronto, di dover ancora dimostrare alle Celesti Creature di meritarlo. Aveva quindi infuso tutte le proprie energie nell’aiutare i propri simili a crescere e maturare, fino a cessare quasi del tutto d’interrogare se stesso e gli Angeli circa il proprio momento.

Era quindi giunto il tempo dell’Oscurità quando la sua gente aveva cominciato nottetempo a sparire. Taluni Angeli si erano mostrati del tutto indifferenti alle sue osservazioni, oppure gli avevano solo detto che i lemuriani mancanti avevano semplicemente attraversato il portale. Eppure a lui, e a lui solo, era stato affidato l’alto ufficio di condurre i prescelti al varco.

«Ho forse mancato in qualcosa?», si era chiesto più volte, preso dallo sconforto.

Eppure ancora gli veniva chiesto, di giorno, di adempiere ai propri doveri. Allora Perché?

I suoi dubbi si erano quindi mostrati fondati quando le Celesti Creature si erano messe le une contro le altre. Nello scontro tra le due fazioni, gli Angeli oscuri erano stati sconfitti venendo confinati su mondi lontani e senza Luce. La fine delle ostilità, tuttavia, non aveva riportato la pace e l’armonia preesistente. Tutt’altro. Anche i lemuriani al di là del mare, gli era stato detto, avevano preso a lottare tra loro. Quel mondo, ignoto per Praja Vatar e per molti suoi simili, era stato frammentato dalla mano del Creatore, e le sue terre mandate alla deriva tra le acque.

Gli Angeli sparirono dal mondo e, poco dopo, anche tutti i lemuriani rimasti su Mu. Solo Praja Vatar era rimasto. Lui solo, incaricato di custodire il portale dell’acqua fino alla fine dei suoi giorni; lui solo, assiso sul ciglio del promontorio a scrutare al di là del mare; lui solo, ere più avanti, ad assistere al lento ma inesorabile avvicinarsi di un’altra terra; lui solo a subire i forti scossoni dovuti all’impatto di Mu con altre due masse rocciose; lui solo come testimone della scomparsa di Lemuria, schiacciata su due lati da due vasti continenti, e poi inghiottita e sepolta sotto tonnellate di roccia.

Alla fine di tutto, nessun mare circondava più la fiorente terra di Mu, solo roccia, e neve a perdita d’occhio. Lento ma inarrestabile era stato quel processo, e Praja Vatar non aveva potuto far altro che vegliare sul portale che, ogni volta, si adattava alla nuova situazione.

Figli miei, pensava spesso nei momenti di scoramento, non è ancora giunto il tempo. Ma un giorno sarò nuovamente con voi.

Il suo sguardo puntava ancora oltre l’orizzonte, senza poter però raggiungere l’azzurro riflesso del cielo sulle calme acque del mare. La visione che tanto l’aveva affascinato al suo arrivo era ormai solo un lontano ricordo eppure, incatenato dal proprio dovere al portale celato sotto i suoi piedi, nutriva ancora fede nel disegno divino e confidava fermamente che, un giorno, gli sarebbe stato concesso di poter andare oltre.