Max lo spendaccione

Max lo spendaccione

La favoletta di Max lo spendaccione la scrissi nel 2010 per partecipare nuovamente al Premio Andersen – Baia delle favole.

Ore 9 del mattino: puntuale, come nelle ultime tre settimane, fece il suo ingresso nell’ufficio gremito il muso imbronciato del topolino Max.

Mentre gli altri parlottavano e scherzavano tra loro, come suo solito, lui si limitò a preparare le sue cose e, senza un saluto o una parola ad anima viva, attese di sapere dove avrebbe venduto i suoi prodotti quel giorno.

Il capo, la faina Miria, entrò nella stanza con la sua consueta aria minacciosa, compose i gruppi e assegnò a ognuno la destinazione. Pochi attimi dopo, agguantate le rispettive borse, tutti uscirono… La giornata lavorativa ebbe inizio.

Sebbene la discussione in auto fosse come sempre accattivante, durante il tragitto Max, taciturno e distaccato, si rintanò nei suoi pensieri: Un’altra settimana di lavoro, poi mi pagheranno e potrò comprare quello che voglio… Non dovrò sottostare più a quell’avaro di mio padre. I soldi saranno i miei e non dovrò dar conto a lui. Gli farò vedere io se sono cresciuto o meno!

Giunti nel ridente paesino costiero, Max si staccò dagli altri e cominciò a bussare per conto suo a tutte le porte. Tanti insuccessi, tanti rifiuti, ma Max continuò, cocciuto com’era, a bussare finché non riuscì a effettuare una vendita.

 E, con questo, anche il giubbotto da 300 € è garantito, diceva fra se mentre ritornava sulla strada principale. Ora pensiamo alle scarpe griffate, che ho visto l’altro giorno in quel negozio in centro, e alle serate con gli amici…

I suoi pensieri da spendaccione furono però interrotti non appena ebbe svoltato l’angolo. Ferme a parlare tra loro, poco più in là, v’erano infatti due sue colleghe: Dia e Nanà.

In altre circostanze avrebbe continuato, in tutta fretta, per la sua strada, limitandosi al massimo a un cenno di saluto… ma quella volta fu diverso. Le lacrime copiose che rigavano il viso di Dia, gattina sempre solare e sorridente, lo fecero esitare nel suo incedere.

Lentamente Max si accostò alle due e chiese, con la sua solita aria burbera, cosa fosse accaduto. Nanà, volpina molto peperina, lo folgorò con lo sguardo, gli affidò la sua borsa e quella di Dia e riprese a cercare di consolare quest’ultima.

Max, dapprima irritato per il comportamento di Nanà, non aprì bocca, limitandosi ad ascoltare quel che le due dicevano; fu così che comprese la situazione.

La fortuna, da qualche anno, aveva voltato le spalle alla famiglia di Dia. Da benestante qual era sempre stata, era ormai piena di debiti a causa di suo padre e del suo sconsiderato modo di fare. In poco tempo, facendo spese folli e giocando d’azzardo, aveva dilapidato tutti i loro averi.

Resosi conto, tardivamente, di quel che aveva commesso, aveva poi abbandonato moglie e figli scappando chissà dove.

Da quando aveva sedici anni, dopo la scuola, Dia lavorava per aiutare la madre e il fratellino ad andare avanti. Aveva fatto la stiratrice, la pasticciera, la commessa e, completati gli studi, la centralinista. Infine, tre mesi prima, era approdata nell’agenzia e aveva iniziato a fare la venditrice come gli altri, nonostante l’idea non le fosse mai piaciuta.

Ad aggravare ulteriormente la sua situazione, nell’ultimo periodo ci si era messo anche l’altalenante stato di salute della madre. Le responsabilità e le preoccupazioni per Dia erano aumentate ancora; il suo rendimento lavorativo ne aveva risentito e Miria, chiedendole incessantemente maggior impegno, negli ultimi giorni le stava facendo temere un imminente licenziamento.

Max, ascoltando la storia di Dia, aveva cambiato espressione e ora rimuginava sui suoi pensieri: Lei si è data sempre da fare per la propria famiglia, tenendo per sé poco o niente. Nonostante ciò, si è sempre mostrata allegra agli altri, mentre io…

Vestiti, scarpe, vizi e sfizi vari… Per potermi permettere sempre quelli più costosi, per non dover rinunciare a nulla di quello che volevo e, soprattutto, per fare un dispetto a mio padre, poiché altro non è se non un dispetto a lui, mi sono buttato in un lavoro che neanche a me piace.

Di questo passo, se ancora non lo sono, un giorno potrei diventare proprio come il papà di Dia: egoista e musone prima, fuggiasco solitario poi!

I baffetti, solitamente ritti, ora puntavano all’ingiù, dando a Max un’aria assai triste. A essere sincero, a casa non mi hanno mai fatto mancare nulla. Tutto quel che chiedevo lo ottenevo poco dopo… I recenti no di mio padre e le sue prediche servivano a farmi capire una cosa importante: lui non è mai stato avaro, sono stato io ad essere sempre troppo avido!

I pensieri del topolino furono interrotti dallo sbottare improvviso di Nanà che, tentando di scuotere l’amica, alzò il tono della voce. Purtroppo il risultato non fu quello sperato, Dia infatti non smise di piangere, anzi.

«Con questi pensieri per la testa, proprio non ce la faccio a mostrarmi allegra e sorridente alle persone e quando non sono spontanea, come in questi giorni, perdo fiducia in me stessa e non vendo mai nulla», le rispose tra le lacrime. «Lei mi sta tenendo d’occhio e, se la deludo ancora… Ricominciare da capo è sempre più difficile! Come farò se Miria mi licenzia?» Chiese singhiozzando la gattina.

Nanà, seppur consapevole di quanto veritiere fossero le preoccupazioni dell’amica, avrebbe voluto tentare ancora una volta di consolarla ma… Non ne ebbe l’occasione.

 «Se è la fiducia quella che ti manca, ti staremo vicini noi due e cercheremo di sostenerti. Se invece il problema è il sorriso… Beh, qualcosa di divertente per fartelo tornare, quando ce ne sarà bisogno, di sicuro ce la inventeremo, vero Nanà?» Disse inaspettatamente Max.

Udendo quelle parole, Nanà annuì, pur rimanendo a bocca aperta, e Dia, stupita proprio come l’amica, smise istantaneamente di piangere e sgranò gli occhi, sorpresa nel vedere un’insolita espressione allegra spiccare sul volto del solitamente burbero e cupo topolino.

 «Beh, che avete da guardarmi così? Forse i miei baffi si sono arricciati?» Riprese Max, muovendo buffamente il muso. Tornato poi serio, prese dalla tasca un fazzoletto, si accostò a Dia e le asciugò delicatamente il viso. «Abbiamo ancora tanto da lavorare oggi, non vorrai mica mostrare a tutti questi due ruscelli in piena, vero?»

Detto ciò, affidò a Nanà le tre borse, prese Dia sottobraccio e, insieme, s’avviarono verso i prossimi clienti.

 «Ehi! Ma perché devo portarle io le borse?» Sbottò furente Nanà.

 «Quello è il prezzo da pagare per chi ha il muso lungo, proprio come te ora!» Rispose Max prima di scoppiare in una grassa risata che contagiò subito le due ragazze.

I tre, insieme, portarono a termine il lavoro giornaliero e tornarono in ufficio con buoni risultati. Eppure non furono le vendite effettuate, né i guadagni che queste avrebbero fruttato loro, le cose più importanti della giornata. Infatti, ognuno di loro poteva ritenersi veramente più ricco ora.

Nanà aveva imparato che tutte le persone hanno la capacità di sorprenderci, in positivo, se gliene si da la possibilità.

Dia capì che poteva condividere le sue preoccupazioni e le sue paure con gli altri. Avrebbe sempre potuto trovare qualcuno pronto a sostenerla nei momenti difficili.

Max apprese la lezione più difficile ma, al tempo stesso, più naturale: crescere non significa poter fare sempre e solo come si vuole. Crescere vuol dire imparare a essere responsabili per se stessi e per le persone a cui si vuol bene.

Inoltre, Max, Nanà e Dia, quel giorno, riuscirono a ottenere qualcosa di ancor più importante delle lezioni appena apprese, qualcosa dal valore immenso: l’amicizia sincera che s’instaurò tra loro e che perdura tuttora.

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